martedì 17 novembre 2015

Disperatamente swing: Sergio Caputo narratore


Difficilmente avrei letto "Disperatamente (e in ritardo cane)", romanzo di Sergio Caputo, se non fossi stato un estimatore della sua musica. Tuttavia non è solo con lo spirito del fan che mi sono avvicinato a questo libro. Ero infatti molto curioso di vedere un gran paroliere come lui - notevoli per ironia e originalità sono i testi di molte sue canzoni - alle prese con l'arte del narrare. Spesso i "non scrittori" partoriscono libri deludenti o per lo meno incompiuti. In qualche caso ci riservano invece gradite sorprese, come Paolo Sorrentino in "Hanno tutti ragione". Stavolta il mio giudizio è meno entusiastico ma non del tutto negativo.
Il tema del romanzo è palesemente autobiografico ed è facile immaginare Sergio Caputo nei panni del protagonista Max Paisani, attempato musicista di buona fama emigrato in California da diversi anni e bloccato temporaneamente in Italia da un banale imprevisto - la perdita del passaporto americano - proprio mentre il suo divorzio con Sara, dalla quale ha avuto due figli, "è in pieno swing" come direbbe Max stesso con espressione divertente e fortemente caputiana ma un tantino abusata nel libro. Il contrattempo, vissuto in un primo momento con rassegnazione e un pizzico di fastidio, diventa per lui un'occasione per riscoprire i luoghi della Roma anni Ottanta dove si è consumata la sua giovinezza, sognando al contempo - ma i suoi sogni sono soprattutto incubi - quella California che rappresenta ormai la sua quotidianità. Il piano della realtà si sovrappone continuamente con quello onirico, dal quale risulta a tratti quasi indistinguibile. Dalla stanza dell'Hyperion, albergo centralissimo ma tutt'altro che chic a cui lo legano motivi sentimentali, Max Paisani parte alla ricerca di se stesso in un frangente delicato della sua esistenza. Tra una serata revival organizzata dal fido manager "The Rain" e una cena col vecchio amico Nick, ideatore di scoop "gossippari" per professione, Max si troverà suo malgrado coinvolto in un mondo di starlet, personaggi da rotocalco e parvenue del jet set all'italiana, descritto da Caputo con lo sguardo leggero e dissacrante che gli è congeniale. Piacevole anche l'altro filone della trama, che, curiosamente, conduce il cantante pop sulle tracce di John Keats, icona della poesia romantica, i cui resti mortali trovarono sepoltura nel cimitero acattolico di Roma.  
Dal punto di vista letterario, va riconosciuto a Sergio Caputo il merito di ricercare uno stile personale e non banale, con alcune soluzioni linguistiche e lessicali che, se talvolta suonano ripetitive e stucchevoli,  più spesso sono al contrario apprezzabili e degne di nota.
Dove invece il romanzo delude - ed è un peccato perché fin lì la lettura è piuttosto godibile - è nel finale, che risulta forzato, poco credibile e anche scarsamente comprensibile.
Per dirla con Woody Allen, provaci ancora Sergio!


     

domenica 25 ottobre 2015

Quando Teresa si arrabbiò con Dio: Il mondo psicomagico di Jodorowsky


Il titolo di questo libro (la traduzione italiana, non letterale, è decisamente azzeccata) nella versione originale in spagnolo suona più o meno così: "Dove un uccello canta meglio" (Donde mejor canta un pajaro), con un sottile riferimento all'albero genealogico sul quale l'uomo-uccello, che in definitiva è l'autore stesso, recupera la dimensione più autentica del sé grazie ad una ritrovata connessione con le proprie radici. 
"Nel 1903 mia nonna Teresa si arrabbiò con Dio e anche con tutti gli ebrei di Dnepropetrovsk, in Ucraina, perché continuavano a credere in Lui malgrado la micidiale alluvione del fiume Dnepr. Durante l'alluvione era morto Giuseppe, suo figlio prediletto. Quando l'acqua aveva cominciato a invadere la casa, il ragazzo aveva spinto in cortile un armadio e ci si era arrampicato sopra, ma il mobile non rimase a galla perché era gravato dai trentasette trattati di Talmud". Comincia così, con un incipit fulminante, una storia di fuga e di sradicamento, di viaggio e di eterna ricerca.
"Quando Teresa si arrabbiò con Dio", va detto, è un libro ostico e particolarissimo, non meno complesso della poliedrica personalità artistica di Alejandro Jodorowsky, scrittore, fumettista, saggista, drammaturgo, regista teatrale, cineasta e poeta cileno naturalizzato francese. Jodorowsky è noto al grande pubblico soprattutto per alcuni suoi film, su tutti "Il paese incantato", "El topo", "La montagna sacra" e "Santa sangre-Sangue santo", e per i suoi studi sulla psicomagia, da lui vista come applicazione alla quotidianità umana di un surrealismo provocatorio spinto fino alle estreme conseguenze.
Devo ammettere che, certamente per limiti miei, dovuti anche ad una scarsa conoscenza del background dell'autore, e forse anche per un innato approccio razionale, ho avuto non poche difficoltà nella lettura e sono stato più volte sul punto di mollare il libro. Ricompensava però il mio sforzo uno stile a tratti godibilissimo, fatto di descrizioni e immagini talmente vivide e originali da trasportare il lettore in una dimensione onirica e quasi visiva. E poi, diciamola tutta, ero davvero curioso di scoprire dove andava a parare questo esperimento letterario che è riduttivo definire coraggioso e unico nel suo genere.
Ciò che Jodorowsky fa, in buona sostanza, è trasfigurare in chiave epica e magica le gesta dei propri antenati, partendo dai suo nonni paterni e materni e arrivando fino ai propri genitori. Il fatto che l'ispirazione del libro sia autobiografica non è irrilevante ed è anzi centrale ai fini di una migliore comprensione dell'opera, tanto che l'autore stesso lo sottolinea in premessa, proseguendo: "Il nostro albero genealogico da un lato è la trappola che limita i propri pensieri, emozioni, desideri e vita materiale... e dall'altro è il tesoro che racchiude la maggior parte dei nostri valori. Oltre a essere un romanzo, questo libro è un lavoro che, se riuscito, aspira a servire da esempio affinché ogni lettore possa seguirlo trasformando attraverso il perdono la propria memoria familiare in leggenda eroica". Il fine dell'autore è dunque molto più che meramente letterario e ha a che vedere con quella psicomagia che egli ha utilizzato anche come strumento terapeutico e qui prova ad estendere all'intera platea dei suoi lettori. Il fatto è che dalle vicende narrate emergono sì valori e riferimenti culturali, ma anche, molto spesso, azioni eticamente (nonché esteticamente) così ripugnanti che viene spontaneo chiedersi quanto ci sia di vero e quanto di fittizio (al di là degli aspetti tanto grotteschi da essere palesemente frutto della fervida fantasia dell'autore). Probabilmente la domanda è mal posta e ci si dovrebbe chiedere piuttosto che funzione abbiano quegli avvenimenti, così come sono descritti, anche nei particolari più disgustosi e scandalosi (spesso nulla, ma proprio nulla, è lasciato all'immaginazione del lettore!), nella visione psicomagica di Jodorowsky. Figlio di ebrei di origine ucraina immigrati in Cile a inizio Novecento e lì incontratisi in maniera del tutto fortuita, lo scrittore sente fortissimo il bisogno di esorcizzare i fantasmi di un'eredità per lui pesante come quella della tradizione ebraica (qui simboleggiata dallo spirito del Rabbi che, nel tentativo di guidare il suo ospite corporeo sulla retta via, appare al nonno Alessandro quando meno se lo aspetta, arrivando a parlare per sua bocca, e spesso mette nei guai l'intera famiglia attirando su di sé le ire di nonna Teresa) riconquistando poi delle radici tutte nuove, non più legate a quella tradizione ma al Paese sudamericano in cui è nato e cresciuto. Così tutto ciò che accade nel libro, si scopre poi, è pensato per concepire quell'embrione (da cui nascerà l'autore nel 1929, anno del famoso crollo della Borsa americana, da cui il titolo dell'altro suo libro autobiografico, "Il figlio del Giovedì nero") nel luogo, giorno e ora in cui una sorta di destino familiare ha stabilito che avvenisse. Prima di arrivare a quel magico istante, incontriamo, lungo la strada tortuosa segnata da una sorte beffarda, la più varia umanità: un ballerino del Balletto Imperiale russo (il nonno materno di Jodorowsky) figlio illegittimo dello zar Alessandro I, saltimbanchi ebrei dediti alla cabala e alla lettura dei tarocchi (arte praticata dall'autore stesso), un uomo-scimmia di cui si invaghisce la nonna Teresa, concependo con lui un figlio ermafrodito che viene adorato come un Messia dai minatori desiderosi di rivalsa sociale, il leader del Partito Comunista cileno che tenta di importare nel suo Paese la rivoluzione leninista. E poi circensi, calzolai, sciamani, agricoltori, allevatori, prostitute, anarchici, ladri, assassini, sacerdoti, mistici e chi più ne ha più ne metta. 
Nel mondo surreale di Jodorowsky c'è spazio davvero per tutto, compresa la vasta gamma delle emozioni trasmesse al lettore con grande potenza: ribrezzo, compassione, incredulità, rabbia, rassegnazione, liberazione, gioia, disgusto e poi quel puro godimento estetico che solo un fine letterato come Jodorowsky sa regalare.     

domenica 18 ottobre 2015

Suburra, ovvero la "Grande Bruttezza"



Premetto che, pur non avendo letto l'omonimo libro di Giancarlo De Cataldo (già autore del fortunatissimo Romanzo Criminale) e Carlo Bonini, le mie aspettative rispetto a questo film erano elevate. Forse per il cast di prim'ordine (Favino, Germano e Amendola, "mica cotica" come direbbero i suburriani), forse per il gran parlare che si è fatto intorno alla storia e alle tematiche, quasi profetiche dello scandalo politico-mediatico diventato per tutti "Mafia Capitale". Sta di fatto che il film mi ha in parte deluso, lasciandomi in bocca il gusto dell'incompiutezza. Ciononostante, sia chiaro, il titolo del post non è un giudizio estetico sul film ma un tentativo di creare un parallelo con "La Grande Bellezza" che può sembrare forzato ma a me è venuto spontaneo. Se infatti Sorrentino ci raccontava una Roma incredibilmente bella ma decadente nei valori, specchio di un Paese avviato ormai da anni su una parabola discendente senza fine, Stefano Sollima ritrae una Città Eterna dove lo squallore delle periferie e dei sobborghi fa quasi da scenario naturale al degrado morale, limitandosi per il resto ai pochi scorci monumentali funzionali alla trama (il Cupolone, inquadrato più volte, Piazza del Popolo e poco altro). Nel mondo di Suburra l'animo umano è completamente corrotto, incapace di provare sentimenti ma guidato dai soli istinti: l'istinto ad arricchirsi il più possibile, l'istinto a prevalere sugli altri, l'istinto a vendicare gli affronti subiti, l'istinto a soddisfare i propri bisogni primari. In un contesto simile neanche la vita umana ha un valore in quanto tale e una morte, voluta o accidentale, è poco più di un inconveniente, un effetto collaterale, una seccatura da lasciarsi scivolare addosso nel modo più indolore possibile. Ed è proprio nel rendere un clima generale di abbrutimento e di inumanità che il film risulta molto efficace. Un clima che coinvolge criminali di diverso rango e faccendieri, ma anche politici e prelati. Fondamentale in questa ottica il ruolo interpretato dall'ottimo Favino, l'Onorevole Malgradi, politico corrotto e apparentemente potente, ma in realtà reso schiavo e pericolosamente ricattabile dai suoi rapporti con la malavita, pur tenuti sempre con la massima attenzione a salvaguardare la forma e a non sporcarsi troppo le mani, e soprattutto da una condotta viziosa e dissoluta che lo trasforma in un essere sempre più infelice e sempre meno libero.
Ci sono poi le bande criminali, che sembrano tenere sotto scacco i potenti e dominare Roma in lungo e in largo. A ben vedere, però, i diversi capi clan che si spartiscono il controllo del territorio somigliano a tanti cani sciolti incapaci di elaborare la più elementare strategia per raggiungere obiettivi di business illecito che comunque sembrano interessarli molto meno delle violenze gratuite e delle dimostrazioni di forza fini a se stesse. Una criminalità, come quella vista in Romanzo Criminale, ben diversa dalle grandi mafie originarie del Sud Italia, dotate al contrario di un'autentica visione e mentalità imprenditoriale e di un complesso sistema di regole e codici di comportamento funzionali al perseguimento della loro "mission". L'unica figura carismatica che sembra stagliarsi con forza nel tourbillon di minacce, accoltellamenti e sparatorie di Suburra è il "Samurai", personaggio interpretato da Claudio Amendola e palesemente ispirato al "Re di Roma" Massimo Carminati. Il Samurai è il solo nella Capitale ad avere una visione criminale globale, che va dalla Santa Sede al Parlamento, dalle "famiglie del Sud" (dei cui interessi economici si autodefinisce il garante) al clan di strozzini degli Anacleti (rom come i Casamonica). E' sotto la sua regia che si riesce a mettere insieme una cordata trasversale per portare a termine il "grande progetto", l'affare colossale di sfruttamento del litorale di Ostia, realizzabile grazie alle connivenze della politica. Anche lo stesso Samurai, si scoprirà poi nel film, non è però del tutto immune dalle ingenuità tipiche della criminalità capitolina, primitiva e quasi naif nelle sue manifestazioni. 
Se l'intento del film era quello di regalarci una Gomorra alla romana, un universo cruento e senza speranza dove la violenza sembra essere un fine più che un mezzo, devo ammettere che lo scopo è stato raggiunto in maniera più che soddisfacente. Se invece Sollima voleva fare un passo in avanti e indagare a fondo le dinamiche che regolano, nella Capitale e in Italia, i circoli viziosi in cui sono coinvolte tutte le sfere del potere, politico, economico, religioso e malavitoso, allora il risultato è decisamente insufficiente. D'altronde le vicende reali delle imminenti dimissioni di Papa Ratzinger e della caduta annunciata del Governo Berlusconi per mano della Troika (siamo nel Novembre del 2011) fanno da sfondo alla storia e appaiono giustapposte agli avvenimenti della fiction senza mai fondersi veramente con la trama. Né basta da solo il personaggio dell'Onorevole Malgradi, pur pregnante e ben interpretato, a raffigurare la Politica italiana con le sue specificità e i suoi cortocircuiti, etici e non solo. Per non parlare del tema degli scandali all'interno della Chiesa e della gestione economica dello IOR, che è appena sfiorato dal film, quasi per paura di creare qualche imbarazzo di troppo. L'impressione che rimane è quella di un'occasione persa. 
Suburra, a mio giudizio, è un film interessante, da vedere, ma certamente non si tratta di un'opera memorabile.

domenica 20 settembre 2015

Vinicio Capossela e l'arte dello Sponzare nel Paese dei Coppoloni




Diciamolo subito: "Il Paese dei Coppoloni" di Vinicio Capossela non è un libro facile e forse non è nemmeno un libro per tutti. La Feltrinelli ha deciso di puntarci forte candidandolo addirittura al Premio Strega, dove è arrivato comunque in finale. Per apprezzarlo appieno non basta una buona cultura letteraria (che pure serve, visti i numerosi rimandi colti che è possibile individuare) ma è indispensabile la voglia di calarsi completamente in un mondo e in una cultura a noi così vicini eppure sideralmente distanti dal nostro vissuto, che coincidono con la civiltà contadina dei nostri nonni, ormai scomparsa da almeno un paio di generazioni. Lo sforzo necessario per penetrare i segreti del linguaggio complesso, intriso di contaminazioni dialettali o pseudotali, poetico e a tratti epico, sempre originale e spesso commovente, non agevola certo la lettura ma il gioco vale decisamente la candela. D'altronde la ricerca linguistica ed espressiva è parte integrante ed essenziale dell'opera, tanto che l'autore ha ritenuto utile fornire al lettore un glossario non scientifico dei principali termini dialettali e gergali adottati: la Busciarda, ad esempio, è l'apparecchio televisivo, mentre la Scalogna è l'onnipresente animale immaginario che abita i campi e scava sotto terra.
Può aiutare, per comprendere meglio il contesto ambientale e il retroterra culturale, recarsi fisicamente in quei luoghi leggendari, sospesi sul confine tra Irpinia e Basilicata, dove una volta il treno correva affiancando e di tanto in tanto attraversando l'antico letto dell'Ofanto. Proprio lì, nella spianata della Stazione fantasma di Conza-Cairano-Andretta, è andata in scena il 29 Agosto la serata clou dello Sponzfest, manifestazione voluta dallo stesso Capossela e ormai giunta alla terza edizione. Chi, come me, ha partecipato all'evento al chiarore della luna piena, alta sulla rupe di Cairano (il Paese dei Coppoloni) che domina la stessa vallata su cui si affacciano anche Calitri (il Paese dell'Eco), Pescopagano, Sant'Andrea di Conza e Andretta, ha pure conosciuto in carne e ossa alcuni personaggi del libro (che, precisa l'autore, sono quasi tutti rigorosamente esistenti o esistiti benché le vicende loro attribuite siano in gran parte frutto della sua fantasia). Il Tenente Dum, compagno di viaggio non proprio inseparabile del protagonista-voce narrante Vinicio, in sella alla sua macchina demoniaca, la Trebbiatrice Volante a pedali. E poi, alle prese con gli acuti di "Nessun Dorma", Ciccillo di Benedetto, detto Cicc' Bennett per via dei suoi trascorsi americani, gestore di una storica Sala per feste e matrimoni, la Casa dell'Eco, dove deliziava gli ospiti con la potenza della sua ugola. 

La Trebbiatrice Volante del Tenente Dum

Arriviamo così al cuore del mondo di Capossela, i matrimoni di una volta, gli sposalizi, o meglio Sponzalizi, dal momento che, citando testualmente dal romanzo, far sponzare (ovvero rendere madidi di sudore) gli invitati come baccalà per il troppo ballare, era lo scopo primario dei musicisti da matrimoni. Una specie in via di estinzione a cui appartengono i componenti della Banda della Posta, perennemente accampati davanti all'ufficio postale del paese in attesa del giorno della pensione e ridottisi a suonare quasi clandestinamente, spesso per festeggiare l'uccisione di un maiale, in un'epoca in cui gli sposalizi scarseggiano. Ed è proprio per organizzare un ultimo memorabile matrimonio alla Casa dell'Eco che l'io narrante si avventura per i paesi della valle alla ricerca di musicisti disposti a suonare per il grande evento. A spingerlo è stato il latifondista Mandarino, preoccupato che da tempo non si celebrino matrimoni e che le terre faticosamente conquistate non vengano più coltivate da nessuno, ma soprattutto il povero Camoia, braccato dalla legge e deluso dalla vita, che non ha mai potuto festeggiare degnamente l'unione con la sua Marescialla, avendola rapita nottetempo (col di lei consenso). Per riparare a questo torto del destino, il protagonista del libro affronta una vera e propria catabasi alla ricerca di musicisti degni della festa ma più di ogni altra cosa all'inseguimento di se stesso e delle proprie radici giacché, scrive Ernesto De Martino, vero Virgilio dell'Inferno Caposseliano: "Coloro che non hanno radici, che sono cosmopoliti, si avviano alla morte della passione e dell'umano: per non essere provinciali occorre possedere un villaggio vivente nella memoria, a cui l'immagine e il cuore tornano sempre di nuovo, e che l'opera di scienza o di poesia riplasma in voce universale". Una memoria, quella dell'autore, piena di personaggi identificati ognuno col suo stortonome (il nomignolo senza il quale non vieni riconosciuto dalla comunità e sei solo un forestiero, proprio come il protagonista, che dovrà faticare per conquistarne uno): il camionista Scatozza, il guaritore Cazzariegghio, l'emigrato di ritorno Cenzino Ai Catta Go, il mulattiere Pacchi Pacchi, il barista Ruspa e suo fratello, il Riavolo in persona, insieme a tanti altri. Una memoria individuale che si sovrappone alla memoria collettiva ed è per questo colma anche di miti e di riti di una comunità, come l'Uccidipuorco, l'Acqua Vita e la Cumversazione. Perfino gli elementi più prosaici vengono mitizzati e quasi personificati, come avviene per il Contributo e per l'Accidente. In un mondo ancestrale e terribilmente affascinante dove la conoscenza razionale non è l'unica e forse nemmeno la principale forma di conoscenza possibile, non mancano i momenti onirici e palesemente surreali: misteriosi principi di intelletto (i cosiddetti Siensi, rappresentati come mosconi) capaci di restituire il senno a chi l'ha perso, fenomeni licantropici, animali guida come il Tauro o il Viccio (tacchino) e perfino riti dionisiaci in piena regola con tanto di caproni e baccanti. Qui Capossela tradisce o meglio dichiara con orgoglio una delle sue fonti di ispirazione primarie: il Mito dell'antichità classica, mirabilmente rivisitato e calato nel contesto della civiltà contadina, della quale egli stesso si propone come autentico aedo. In maniera non dissimile da ciò che fece Omero per la civiltà micenea, senza offesa né per Omero né per lo stesso Capossela, che guarda chiaramente ai suoi poemi come a una stella polare. Vinicio è sì un autore ma è anche un cantore della memoria collettiva che tramanda ai posteri il frutto di un percorso di ritorno verso le proprie origini durato ben 17 anni. Se c'è un merito nella sua opera, oltre all'innegabile capacità di emozionare e di rapire come pochi libri sanno fare, è a mio parere quello di rendere immortali le umanissime gesta di una civiltà, ahimè, sepolta per sempre. Il Paese dei Coppoloni, ne sono convinto, è un libro che non dimenticheremo così facilmente.

domenica 7 giugno 2015

Asini o DSA? La scuola come possibile fattore di rischio.


E' di qualche settimana fa la pubblicazione, per Editrice Ermes di Potenza, di una interessante ricerca dal titolo "La scuola come possibile fattore di rischio", della Dott.ssa Francesca Antonella Amodio, Psicoterapeuta e Docente. L'agile libretto (si legge in un'ora, sebbene un'analisi approfondita dei dati e dei grafici contenuti richieda un tempo ben più lungo) si pone l'obiettivo di gettare una nuova luce sulla problematica delle psicopatologie, correlate a percorsi scolastici fallimentari eventualmente causati da Disturbi Specifici dell'Apprendimento non diagnosticati e non riconosciuti in età scolare. Comunemente si tende ad identificare i DSA con la dislessia (ovvero le difficoltà nel leggere), quando invece questa rappresenta solo uno dei Disturbi Specifici dell'Apprendimento, che comprendono anche disgrafia, disortografia e discalculia. Si tratta di un mondo ancora poco noto all'opinione pubblica, sebbene su di esso si siano concentrati negli ultimi anni numerosi studi e gli sforzi della comunità scientifica. Si sta comunque diffondendo gradualmente (non senza difficoltà) l'idea ormai assodata che l'individuo interessato da DSA è perfettamente normodotato dal punto di vista psicofisico e intellettivo. Anzi sono numerosi gli esempi di veri e propri geni con DSA i quali, nonostante un percorso scolastico non sempre brillante, si sono affermati nei loro campi grazie a capacità intellettive fuori dal comune (su tutti basti citare l'arcinoto caso di Albert Einstein, ma si potrebbe parlare anche di Newton, Mozart, Leonardo e Galileo). E' pur vero, allo stesso tempo, che molti nostri compagni "asini" altro non erano, con buona probabilità, che individui con DSA non riconosciuti innanzitutto da se stessi, poi anche dalle famiglie e dagli insegnanti, soprattutto a causa della carenza di strumenti e di informazione. 
Il DSA, infatti, lungi dall'essere una condizione patologica in senso stretto, consiste in una diversa modalità di funzionamento di alcune aree del cervello rispetto ai processi cognitivi e ai meccanismi dell'apprendimento. Si tratta pertanto di un disturbo che, se opportunamente compensato (esattamente come gli occhiali compensano le diottrie mancanti del miope) non influisce negativamente sulle capacità di studio o di lavoro dell'individuo. Esempi di strumenti compensativi sono l'utilizzo di caratteri tipografici speciali per il dislessico, l'ausilio della calcolatrice per il discalculico o del correttore automatico per il disortografico e ancora modalità personalizzate di verifica dell'apprendimento nell'ambito della classe. Vanno poi presi in considerazione, a seconda dei casi, anche eventuali strumenti dispensativi quali, ad esempio, un minor carico di compiti a casa, prove orali in sostituzione di prove scritte, una maggiore attenzione al contenuto che alla forma dei temi, soprattutto in presenza di disgrafia e disortografia. Tutto questo, naturalmente, è possibile solo se il DSA viene riconosciuto e diagnosticato. Se ciò non avviene, sono, o potrebbero essere, dolori. Ed è proprio questo che la Dott'ssa Amodio intende dimostrare con il suo studio.
L'ipotesi di partenza, scaturita dalla sua pluriennale esperienza di psicoterapeuta, è che dietro una storia personale difficile, con manifestazioni psicopatologiche che possono includere depressione, ansia, disturbi dell'umore, aggressività, dipendenze affettive o da sostanze, possa esserci un percorso scolastico fallimentare o comunque frustrante, dovuto con buona probabilità a Disturbi Specifici di Apprendimento mai diagnosticati o riconosciuti. Tali fallimenti scolastici, peraltro, non sempre sono ammessi dagli stessi protagonisti, a causa del noto meccanismo della rimozione. Presi 17 casi di studio tra i suoi pazienti e un gruppo di controllo con altrettanti casi (nell'ambito di un centro di recupero per le tossicodipendenze), la psicologa ha verificato la presenza di sintomi di DSA avvalendosi, per la somministrazione degli appositi test per adulti (messi a disposizione dal Dott. Enrico Ghidoni del Centro Diagnostico di Reggio Emilia), della preziosa collaborazione delle logopediste Antonella Spota (Centro AIAS - Melfi) e Rossella Grenci (Ospedale S.Carlo di Potenza).
I dati emersi sembrano confermare pienamente l'ipotesi di lavoro. A fronte di un'incidenza dei DSA sulla popolazione generale di circa il 5%, tra i pazienti in analisi si arriva al 30% e tra gli ospiti del Centro di recupero addirittura al 40%.
"Nella nostra società - sottolinea la Amodio - in età compresa tra i 3 ed i 18 anni (ma anche dopo, per chi frequenta l'università), il maggior fattore della stima sociale del sé, se non l'unico, è rappresentato dalla riuscita nei percorsi scolastici e, come Pennac insegna, andare male a scuola è sempre un grande dolore, per tutti, anche per quelli che non vogliono darlo a vedere."
Proprio nella scuola va dunque ricercato quel trauma, inteso come ferita interiore, come rottura di un equilibrio psichico ma anche, secondo l'autrice, come interruzione di un legame con se stesso, con l'altro e con la realtà, che è all'origine di psicopatologie più o meno gravi, fino alle dipendenze da sostanze o di tipo affettivo (più diffuse tra le donne). Chi non riesce nell'apprendimento senza comprenderne le motivazioni profonde tende ad attribuire le colpe a se stesso, anche a causa di un vero e proprio assedio che subisce dall'ambiente esterno: insegnanti, genitori, compagni sono tutti concordi nell'additarlo come scansafatiche, svogliato o addirittura poco intelligente quando magari le cose non stanno affatto così. "Il sé non è un datum - scrive la Amodio - ma si costruisce nel tempo in base ai rimandi che ci provengono dall'esterno e, se questi sono tali da rimandarci continui fallimenti, l'immagine che ci si costruirà di se stessi sarà sicuramente fallimentare." Ecco spiegato come da un percorso scolastico frustrante possa venire fuori un sé poco coeso, instabile, in una parola fragile, che tende a scivolare nella depressione, nelle difficoltà relazionali e sociali o ad aggrapparsi a fattori esterni come sostanze psicotrope o affetti da cui si diventa dipendenti, perdendo di fatto il controllo della propria vita e della propria realizzazione come persona.
Interessante è anche il dato che, tra i soggetti testati, sia risultata molto forte la correlazione tra il grado di scolarità da essi raggiunto e il livello di istruzione dei genitori. Tradotto: se non ci arriva la scuola, tocca alla famiglia. E allora, a parità di DSA, i soggetti meno avvantaggiati dai mezzi economici e culturali disponibili nel contesto familiare di provenienza, appaiono quasi condannati a storie di degrado ed emarginazione.
E' chiaro a tutti che, in un quadro simile, l'istituzione scuola gioca un ruolo determinante nella prevenzione, alla quale può contribuire con un tempestivo riconoscimento dei casi a rischio e con un supporto il più possibile personalizzato ai ragazzi e alle famiglie in difficoltà.
Gli insegnanti italiani, sempre più frustrati, bistrattati e in preda alla sindrome da burnout, saranno in grado di assolvere nel migliore dei modi a questo delicato compito?
Francesca Antonella Amodio, che parla con cognizione di causa da psicoterapeuta e da insegnante, ci lascia con questo interrogativo, aggiungendo però una nota positiva legata alla sua esperienza personale. Lei stessa ha infatti un DSA ma ha avuto la fortuna di incontrare nel suo percorso di vita grandi maestri e forse anche grazie a loro è riuscita a conseguire tre lauree e a realizzarsi professionalmente.  

       

giovedì 4 giugno 2015

Vincenzo Marinelli e l'Ottocento lucano

Vincenzo Marinelli, Il ballo dell'ape nell'harem (1887),
olio su tela, Potenza, Palazzo della Prefettura
Il 2 Giugno ho visitato in extremis la Mostra "Vincenzo Marinelli e gli artisti lucani dell'Ottocento", inaugurata il 28 Marzo presso la Pinacoteca Provinciale di Potenza. Progettata e organizzata dal Centro Annali "Nino Calice" sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, col Patrocinio del Ministero dei Beni Culturali e di due Atenei, l'Università "Federico II" di Napoli e l'Università degli Studi della Basilicata, la Mostra aveva tra i sostenitori, oltre a diversi enti locali, anche la Fondazione Banco di Napoli.
Non è un caso che dietro l'Evento ci fossero dei soggetti istituzionali così prestigiosi. Il livello artistico della Mostra, curata da Isabella Valente e coordinata da Palmarosa Fuccella, è apparso infatti notevole anche agli occhi meno esperti e ancora più elevato mi è sembrato il valore culturale in senso lato dell'iniziativa. Impagabile, più di ogni altra cosa, è l'aver recuperato alla coscienza collettiva - oltre che scovato con un lavoro di ricerca certosino, visto che molti dei quadri esposti appartengono a collezioni private - un patrimonio artistico italiano e, più in particolare, lucano, di enorme valore. Un patrimonio poco conosciuto nella nostra Regione ma perfettamente noto agli addetti ai lavori e apprezzato dal pubblico in complessi museali di primissimo piano come il Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli. La Mostra, peraltro, completa un percorso di più ampio respiro, avviato dal Centro Annali nel 2007 con il progetto sull'artista venosino Giacomo Di Chirico e proseguito tra il 2010 e il 2013 col moliternese Michele Tedesco. Proprio questi due pittori affiancano Marinelli come coprotagonisti dell'esposizione odierna insieme ad altri artisti lucani. Degno di nota anche il fatto che alcune delle opere esposte siano conservate in Basilicata, presso la stessa Pinacoteca Provinciale, al Palazzo della Prefettura di Potenza e all'interno della Casa Museo Domenico Aiello di Moliterno.
Di Vincenzo Marinelli, nato nel 1819 a San Martino D'Agri e artisticamente formatosi a Napoli, dove morì nel 1892, colpisce innanzitutto il filone orientale, ben rappresentato da "Il ballo dell'ape nell'harem", scelto come immagine simbolo della Mostra. L'opera esposta a Potenza (conservata presso la Prefettura), tra le più note e riuscite del pittore lucano, altro non è che una versione ridotta nelle dimensioni di quella esposta stabilmente al Museo di Capodimonte. Marinelli, coinvolto a Napoli nei moti rivoluzionari del 1848 e ricercato dalla polizia del Regno borbonico, fu costretto a riparare dapprima in Grecia, dove operò alla corte del Re Ottone I di Baviera, decorando, tra l'altro, il salone da ballo del Palazzo Regio di Atene e poi il convento di S.Antonio da Padova a Creta. In seguito si trasferì ad Alessandria d'Egitto, alla corte del khedivé Said Pascià, appena salito al trono e sensibile alle belle arti in virtù della sua formazione parigina. Fu quello il periodo più fertile per l'ispirazione del pittore lucano, il quale viaggiò molto al seguito di Said e seppe rendere con incredibile efficacia l'esotismo di certe atmosfere all'epoca pressoché ignote in Europa. Tanto che ancora oggi, pur nella contaminazione globale delle culture, è possibile avvertirne la forza e la vivacità ammirando i suoi dipinti. Basta lasciarsi trasportare dalla carica di sensualità ed erotismo de "Il ballo dell'ape", che deve il suo titolo ad una danza rituale nella quale la ballerina si dimena come "punta da un'ape", finendo per denudarsi completamente, o accompagnarsi idealmente a una "Famiglia di beduini in viaggio".

Vincenzo Marinelli, 
Famiglia di beduini nomadi in viaggio. Ricordo dell'Alto Egitto, 1859
Da buon artista risorgimentale impegnato politicamente anche nella fase storica dell'unificazione nazionale (anima il Comitato insurrezionale di Abriola, dove ha trascorso l'infanzia, ed è tra gli insorti a Potenza il 18 Agosto 1860), Marinelli non trascura il tema della rivoluzione, sia essa quella greca o quella napoletana del 1547, rappresentata attraverso la figura di Cesare Mormile (in basso a sinistra), o ancora quella di Masaniello, accompagnato in trionfo da Ferrante Carafa (in basso a destra).

Vincenzo Marinelli, 
Insurrezione napoletana del 1547, 
Maschio Angioino, Napoli
Vincenzo Marinelli,
Ferrante Carafa e Masaniello,
olio su tela, 
Collezione Anna Faillace























Il tema dell'insurrezione è presente anche nell'opera di Michele Tedesco ("L'arresto di patrioti napoletani a bordo di una bilancella francese", in ricordo della rivoluzione partenopea del 1799, miseramente fallita), il quale si dedica anche a gustosi ritratti di vita quotidiana, come ne "La moglie del banchiere", "La lettera", "La morte del cardellino" e "Il Paggio Falchetto". Così come Giacomo Di Chirico, che incanta per la realistica rappresentazione del costume settecentesco con "La rosa o M'ama, non m'ama". Ancora sul tema della rivoluzione napoletana del 1799 la statua del leone morente (ricostruita in 3D nell'esposizione), opera dello scultore potentino Antonio Busciolano inglobata nel Monumento ai Martiri Napoletani (che avrò visto mille volte passando per l'omonima piazza di Napoli ignorandone gli autori). E' invece opera del nipote Vincenzo Busciolano un particolarissimo dipinto esposto: "Una povera Saffo", il cui titolo lascia ampio spazio a diverse interpretazioni.

Vincenzo Busciolano, Una povera Saffo, 
olio su tela, Arezzo, collezione privata
Tra gli altri pittori lucani spicca il venosino Andrea Petroni col suo "Vorrei" e con la "Figura femminile con colombe", soggetto quest'ultimo riproposto nella decorazione del celebre Caffè Gambrinus in Piazza del Plebiscito a Napoli.

Andrea Petroni, Vorrei (1888),
acquerello e pastello su tela, Napoli, Museo di Capodimonte
Notevoli anche i ritratti femminili di Angelo Brando (donne colte nei gesti quotidiani), Giuseppe Mona e Vincenzo La Creta.


domenica 31 maggio 2015

Lo cunto de li cunti: un pezzo di Basilicata a Cannes?


D'accordo, la mia è una forzatura. Però l'associazione quasi pindarica che ho scelto per il titolo mi sembrava intrigante. Direte: che c'entra la Basilicata? Sì, perché se andate a spulciare tra le location incantate scelte da Matteo Garrone per il suo film "Il Racconto dei Racconti", presentato al Festival di Cannes, troverete Puglia, Campania, Toscana, Lazio, Sicilia, Abruzzo. Non la Basilicata.
Tuttavia, navigando in rete alla ricerca di informazioni sull'opera seicentesca "Lo cunto de li cunti overo lo trattenemiento de peccerille" del napoletano Giambattista Basile, da cui il film trae spunto, ho scoperto con mio grande stupore che i legami con la terra lucana ci sono eccome. E' noto che Basile per i suoi racconti attinse a piene mani dalla tradizione popolare della Campania e della Basilicata. Non solo: alcune delle 50 fiabe incluse nella raccolta di Basile sono ambientate, secondo le ricostruzioni critiche più accreditate, proprio in Basilicata. Raperonzolo, detta dall'Autore napoletano Petrosinella (da petrosino, termine dialettale per prezzemolo) sarebbe stata rinchiusa nel Castello federiciano di Lagopesole, nel Vulture. Quanto alla Bella Addormentata, dove poteva assopirsi se non sul Monte Pollino, nei pressi di quella che ancora oggi è nota come la cima del Dolcedorme (o Cozzo della Principessa)? La fontana dell'eterna giovinezza della Ninfa Egeria è, con ogni probabilità, quella di Mefitis, presso Vaglio. La "Pietra del Gallo" che dà il titolo alla prima fiaba della quarta giornata trae il suo nome dal paese di Pietragalla. In questo racconto Mineco Aniello (da cui il cognome Mancaniello, diffuso soprattutto ad Acerenza) si impossessa di una pietra che dona ricchezza e gioventù e ne ricava un anello, che perderà a causa del raggiro di due Maghi nei confronti della figlia. Il lieto fine, col protagonista che riconquista l'anello, avviene a Pertosa (l'attuale Pietrapertosa). Addirittura la Reggia dove le storie vengono raccontate (in una struttura narrativa a cornice simile a quella del Decameron boccaccesco) si troverebbe nella valle Pilosa, nei pressi di Acerenza (dove non a caso Polosa è cognome diffusissimo). Proprio ad Acerenza Giambattista Basile completò il suo capolavoro nel 1630, durante il soggiorno alla corte del Duca Galeazzo Pinelli. E qui, nel magnifico borgo medievale del potentino, che ospita una delle Cattedrali più antiche del Sud Italia (risalente al secolo XI), c'è il progetto di un Museo della Fiaba da collocare nel Palazzo Glinni, in memoria del soggiorno di Basile e della sua opera immortale.
Per chi, come me, crede nella valorizzazione dell'identità e della cultura lucana, tutto questo è motivo d'orgoglio. Anche perché "Lo cunto de li cunti" è un capolavoro sottovalutato, forse a causa della lingua ostica nella quale è scritto. Certo è che meriterebbe di essere letto e riscoperto, fosse anche solo per l'enorme influenza che ha avuto sulla cultura europea. Basti pensare che a Basile devono la loro prima stesura fiabe di fama universale come Cenerentola (in origine la Gatta Cenerentola), la Bella Addormentata nel Bosco, Hansel e Gretel, arrivate alla popolarità e poi alle trasposizioni cinematografiche attraverso le versioni successive di autori come Charles Perrault, i Fratelli Grimm e altri. D'altronde già prima del Seicento queste storie, tramandate oralmente di generazione in generazione, erano patrimonio dell'umanità. Giambattista Basile, però, fu il primo a farne un'opera letteraria che potesse farle conoscere al mondo. Lo stesso filosofo Benedetto Croce, che tradusse il libro dal napoletano del 1600 all'italiano, lo definì "il più antico, il più ricco e il più artistico fra tutti i libri di fiabe popolari".
Dunque un merito indiscutibile del film di Garrone è quello di aver riportato indirettamente all'attenzione del pubblico internazionale, e quindi di quello italiano, un capolavoro della nostra letteratura poco conosciuto e quasi dimenticato.
Venendo al lungometraggio, il regista si concentra su tre racconti tratti dal libro di Basile, noto anche come Pentamerone per la sua organizzazione in cinque giornate, con cinque narratrici diverse ognuna per dieci racconti. Nella trasposizione cinematografica si perde la cornice e i tre episodi scelti, "La regina", "la pulce" e "le due vecchie" si intrecciano perché i protagonisti sono i regnanti di tre regni vicini, Selvascura, Altomonte e Roccaforte.
Fantastiche le ambientazioni, tra cui Castel del Monte ad Andria, Civita di Bagnoregio (VT), il Castello di Roccascalegna vicino Chieti, il Castello di Sammezzano a Reggello (FI) e il Castello di Donnafugata vicino Ragusa. Molto curati i costumi. Di grande livello il cast, tra cui basti citare Salma Hayek, Toby Jones e Vincent Cassel. Non so fino a che punto venga rispettato lo spirito dell'opera di Basile, considerando la spettacolarizzazione di matrice hollywoodiana che certamente non manca. Di certo il senso del grottesco, del macabro e del cruento che pervade la pellicola in lungo e in largo può avere sullo spettatore l'effetto di riportarlo alle atmosfere del mondo ancestrale in cui quelle storie sono nate e poi sono state tramandate. Un mondo di miseria, di crudeltà, di superstizioni e di paure dove l'idea stessa di umanità era completamente diversa da come oggi la concepiamo. Interessante poi il risvolto morale: come ogni fiaba che si rispetti anche quelle di Basile-Garrone hanno un insegnamento da dare. Ed è un insegnamento che rivela i racconti per ciò che sono: storie scritte per il divertimento dei piccoli ma destinate a essere lette e comprese appieno soprattutto dai grandi.  


    

mercoledì 27 maggio 2015

Il gioco delle coppie: dinamiche relazionali, segnali di crisi e sessualità



Sabato scorso ho avuto modo di assistere presso il Museo Provinciale di Potenza a un interessantissimo incontro sul tema "Comunicare nella coppia", promosso dal CAD (Centro Ascolto Disagio), bella realtà associativa del capoluogo lucano che non conoscevo. Il taglio dell'iniziativa, organizzata dalla psicoterapeuta Fabiola Santicchio e moderata dalla giornalista Annamaria Sodano, era naturalmente quello della psicoterapia, con una particolare attenzione all'approccio dell'Analisi Transazionale. Ciononostante, la bravura e la chiarezza dei relatori ha consentito una fruizione immediata di contenuti non banali ad una platea prevalentemente composta da non addetti ai lavori come me.
Ha rotto il ghiaccio l'ottimo Dott. Salvatore Ventriglia, neurologo e psicoterapeuta attivo nel casertano, oltre che stimato Presidente dell'Associazione Italiana di Analisi Transazionale. Avvalendosi di capacità comunicative non comuni, Ventriglia è riuscito a infrangere la barriera dei tecnicismi, trasmettendo con semplicità alcuni messaggi di grande profondità. Mi ha colpito in particolar modo il passaggio sul ruolo dello psicoterapeuta che, lungi dal dare qualcosa al paziente o dall'aiutarlo in qualche maniera, com'era nella vecchia concezione, non fa altro che mettersi in ascolto, limitandosi tutt'al più a tirar fuori ciò che il suo interlocutore ha già dentro di sé, quasi in una moderna reinterpretazione della maieutica socratica. Da qui l'idea, più volte sottolineata nell'intervento, del "fare con l'altro" anziché "fare per l'altro", che consente al terapeuta un approccio più efficace ed empatico col paziente. Ventriglia ha poi usato l'immagine intuitiva della spia dell'olio nell'auto per illustrare il concetto di segnali di precrisi e di crisi in una coppia: si tratta di quei segnali che, individuati per tempo grazie ad una presa di consapevolezza di se stessi e dell'altro, possono salvare un rapporto di coppia e quindi una famiglia, di cui, non va dimenticato, la coppia rimane il motore e il nucleo fondamentale. Alcuni esempi di segnali da non sottovalutare: scarsa condivisione di tempo e interessi col proprio partner, non accettare o mal sopportare i suoi limiti, puntandogli continuamente il dito contro con tono accusatorio, parlare con lui o con lei molto di ciò che si fa e molto meno di ciò che si è (o di come si sta). A corroborare la prolusione, lo Psicoterapeuta ha pure portato, con grande generosità, esempi tratti dalla propria personale esperienza di coppia con la moglie, Rita Della Valle, presente a sua volta come relatrice. La sessuologa e ginecologa, esperta del metodo Billings per la fertilità, ha incentrato il proprio intervento su una concezione della sessualità che va ben oltre il mero fattore fisico ma parte innanzitutto dal cervello e dal cuore e si evolve con le età e le fasi della vita, perdendo alcune caratteristiche e acquistandone altre. Ciò che però non deve mai mancare in un rapporto sano - sottolinea la sessuologa - è la tenerezza.
Fabiola Santicchio ha invece chiarito il concetto di "gioco di coppia", ben lontano dall'elemento ludico al quale verrebbe da pensare e invece vicino, semanticamente, alla "teoria dei giochi" di John Nash. Nel contesto dell'Analisi Transazionale si intende infatti per gioco una dinamica relazionale prevedibile che si instaura tra due o più persone e quindi anche in una coppia a causa delle reazioni inconsce di un individuo ad alcune ferite interiori, spesso risalenti al periodo dell'infanzia (agiti).
Ha concluso il ricco simposio la psicoterapeuta e sessuologa Mariateresa Muscillo, che ha aperto un interessante squarcio sull'universo delle coppie omosessuali. Queste coppie "funzionano" - spiega - esattamente come quelle eterosessuali, con l'unico fattore di ulteriore criticità rappresentato dalla svalutazione dell'io che spesso gli omosessuali subiscono a causa del contesto sociale ostile nel quale si trovano a vivere. A questo proposito la Muscillo ritiene realisticamente complicato intervenire sulle condizioni al contorno, soprattutto nella nostra provincia meridionale che, oggi più che mai, appare così lontana dalla progressista Irlanda, e punta tutto sul rafforzamento dell'io dei propri pazienti allo scopo di renderli individui più resilienti e partner più felici.

martedì 26 maggio 2015

Dal Partito della Nazione al Sindacato Unico: quando pure la Democrazia si mette a dieta (o ce la mettono, che è peggio!)



Sarà perché sono a dieta da un po'. Fatto sta che riflettendo a freddo sull'intervista in cui Renzi, qualche giorno fa, auspicava il Sindacato Unico (oltre che una legge sulla rappresentanza), non ho potuto fare a meno di ripensare allo strepitoso Renato Pozzetto di "Sette chili in sette giorni" (devo ancora stabilire chi sia Verdone perché al momento non intravedo coprotagonisti alla sua altezza nello show politico italiano). Come in quella commedia cult due dietologi improvvisati imponevano ai malcapitati pazienti una dieta priva di qualsiasi base medico-scientifica e perfino della più elementare attenzione alla loro salute, il premier sembra aver prescritto alla Democrazia italiana una cura dimagrante dai principi traballanti e dagli effetti imprevedibili e pericolosi.
Scontate le reazioni immediate dei principali leader sindacali e non solo. "Sindacato Unico" è davvero una brutta espressione, che rimanda inevitabilmente ai peggiori regimi della storia. Venerdì sera stavo seguendo in diretta la trasmissione di Mentana dove è avvenuto il fattaccio e la mia prima reazione è stata di stupore, quasi incredulità. Sono passato poi alla rabbia e all'indignazione. Infine mi sono scoperto rassegnato, anche a causa dell'incontrastata potenza comunicativa che Renzi è in grado di esprimere a prescindere dai contenuti. E' stato allora che mi sono preoccupato seriamente e ho deciso di scrivere queste poche righe, più che altro come sfogo personale.
Senza dubbio in molte categorie del Lavoro il proliferare delle sigle sindacali rasenta la patologia del campanilismo rappresentativo. Penso soprattutto alle sigle autonome e ai comitati di base che vanno ad aggiungersi alle onnipresenti sigle confederali CGIL, CISL e UIL (oltre all'UGL). Questo però, a mio modo di vedere, è un problema tutto interno al Sindacato in quanto lo penalizza in termini di forza contrattuale nel difficile confronto con le controparti. Tutt'al più la questione dovrebbero porsela i lavoratori, che rischiano di rimanere in balia dei loro datori di lavoro in assenza di un fronte sindacale compatto. Non a caso perfino qualche sindacalista, in maniera più o meno esplicita, lancia di tanto in tanto l'idea del Sindacato Unico e gli accorpamenti tra sigle non sono così rari, almeno in alcuni settori. D'altronde l'unità (non l'unicità) sindacale è un valore riconosciuto e un obiettivo costantemente perseguito dalla maggior parte delle Organizzazioni. Che però il Presidente del Consiglio parli di Sindacato Unico è quanto meno irrituale, per non dire irrispettoso nei confronti delle Parti Sociali e della Democrazia stessa. Anche perché il retropensiero che mi sembra di cogliere nelle parole di Renzi è più o meno questo: "Questa è al volta buona che, dopo essermi sbarazzato della minoranza PD, riduco al silenzio pure quegli altri gufi dei sindacati, a cominciare dalla Camusso e da Landini." Non appartengo al sindacato in questione e non sempre ne condivido le posizioni ma volterianamente lo ritengo, al pari degli altri, un tassello imprescindibile del pluralismo rappresentativo a cui un Paese civile non può rinunciare. Già immagino le sembianze che un ipotetico Sindacato Unico potrebbe assumere in Italia e sento brividi corrermi lungo la schiena.
Renzi ha già ampiamente dimostrato di avere una singolare idea di democrazia e una scarsissima considerazione del pluralismo e del dissenso. La boutade sul Sindacato Unico (che poi tanto provocatoria temo non sia) viene dopo una lunga serie di parole e soprattutto di azioni preoccupanti. Snellimento e semplificazione istituzionale sono il leitmotiv del momento e nessuno è così miope da negare che ce ne sia assoluto bisogno. Se però vado dal barbiere per una spuntata non posso non agitarmi un filino nel vederlo impugnare le cesoie da giardiniere. Insomma le riforme andrebbero fatte con lo scalpello più che con l'accetta.
Il Governo di Grande Coalizione (alla tedesca) o dell'inciucio (all'italiana) non è un'invenzione di Renzi ma è stato lui a portarlo alle estreme conseguenze perseguendo i suoi obiettivi a colpi di maggioranze variabili, con un senso della Realpolitik che farebbe impallidire Bismarck e Machiavelli. Con una destra e una sinistra in piena crisi di identità e l'area del dissenso compressa tra populismi e movimentismo antipolitico, si è iniziato così a parlare, non a torto, di Partito della Nazione, sinistramente (si fa per dire!) vicino all'idea di Partito Unico.
Se a questo si aggiunge, in una fase storica nella quale l'astensionismo fa registrare a ogni consultazione un nuovo record, la Camera unica (o quasi, visto che il Senato rimane senza potere di sfiducia e senza elettività, al pari delle moribonde Province) e una legge elettorale a vocazione maggioritaria molto spinta, approvata per di più in solitaria, si capisce facilmente come il passo verso il Pensiero Unico non sia poi così lungo.
Come dire: sì alla dieta, ma solo se a prescriverla è un nutrizionista competente e iscritto all'albo!

lunedì 25 maggio 2015

Quant'è bella giovinezza...


So che fioccano e fioccheranno ancora di più nei prossimi giorni recensioni, opinioni e commenti su "Youth - La Giovinezza", come è giusto che sia per un film in concorso a Cannes, tanto più se il regista è Paolo Sorrentino, il quale, al di là di una bravura e genialità a mio avviso evidenti, divide e fa discutere con ogni suo lavoro. E' stato così per il "Divo", "This must be the place" e "La Grande Bellezza", tanto per citare gli ultimi in ordine cronologico. Sarà così anche per Youth. Per questo mi limiterò, senza troppe pretese, ad alcune impressioni e considerazioni a caldo, dopo aver visto il film.
Di Sorrentino ho amato quasi tutti i film precedenti e ho avuto modo di apprezzare anche le sue notevoli doti di narratore in "Hanno tutti ragione", dove ciò che davvero colpisce - come d'altronde nei suoi lungometraggi - è la costruzione ricca e sapiente del personaggio, oltre al linguaggio originale e godibile.
In Youth Sorrentino affronta il tema della giovinezza e, più in generale, del senso della vita umana, visto attraverso le lenti spesse della vecchiaia. In una scena chiave del film Harvey Keitel, nei panni di Mick, regista di Hollywood a fine carriera intento a concepire il suo testamento artistico, invita uno dei suoi giovani sceneggiatori a guardare attraverso un cannocchiale, a strapiombo sulle splendide montagne svizzere, prima dal verso giusto e poi girandolo dall'altra parte: "Quello che si vede da giovani è tutto vicinissimo. È il futuro. Quello che si vede da vecchi è tutto lontanissimo. È il passato." In questa scena è sintetizzato il pensiero forte alla base del film. Il confronto tra le età dell'uomo, da cui scaturisce una profonda riflessione sul senso dell'esistenza.
Nel tranquillo e silenzioso resort immerso nella maestosa natura elvetica puoi trovare i personaggi più disparati: il Direttore d'Orchestra e grande compositore ormai in pensione (Fred Ballinger, interpretato da Michal Caine) che passa il tempo libero, quello non "impegnato" dai massaggi e dai controlli medici, con l'amico regista Mick (di cui abbiamo detto sopra); l'attore americano che prepara la parte per il prossimo film ma non riesce a scrollarsi di dosso il ruolo più stupido ma anche più popolare interpretato in carriera, quello di un robot (un po' come avveniva al protagonista di Birdman); il monaco buddista intento a meditare e levitare; Miss Universo in vacanza premio e Diego Armando Maradona in cura (stanco e obeso ma pur sempre un mito, con tanto di Karl Marx tatuato a tutta schiena). Ciò che li accomuna è la necessità di isolarsi per un po' dal mondo e di riflettere su se stessi e su come hanno vissuto. Ma soprattutto la dicotomia, il più delle volte sfumata, tra giovinezza e vecchiaia come condizioni dell'animo umano più che come età anagrafiche o fasi della vita.
Non tutti i giovani approcciano allo stesso modo le emozioni, le gioie, i dolori, le vicissitudini, in una parola l'esistenza. C'è chi si lascia travolgere dagli eventi e risponde istintivamente agli stimoli esterni (come la figlia di Fred Ballinger, appena lasciata dal marito) e chi riesce a orientare le proprie scelte con piena consapevolezza (come l'attore Jimmy Tree, interpretato da Paul Dano).
Allo stesso modo tra gli anziani c'è chi, come il Maestro Fred, preferisce rassegnarsi alla propria condizione di pensionato e vive prevalentemente nel ricordo del passato, anche a costo di apparire apatico, e chi, come il regista Mick, non si rassegna ad essere fuori dal giro e non intende rinunciare alla gloria artistica come in un tentativo estremo di sentirsi ancora giovane. Il paradosso è che lui, vecchio, lo è davvero. Anche fisicamente. Lo stesso non si può dire del suo amico musicista Fred, che nonostante la veneranda età gode ancora di una salute di ferro. Insomma ci sono giovani giovani, giovani vecchi, vecchi giovani e vecchi vecchi, volendo esaurire tutte le possibili combinazioni.
Quale sia l'atteggiamento più giusto per affrontare la vita e la propria età potrà stabilirlo lo spettatore e difficilmente le opinioni convergeranno. La mia impressione è che il regista non giudichi ma si limiti a osservare, con distacco e stupore al tempo stesso, la vasta gamma dei sentimenti e dei comportamenti umani.
Paolo Sorrentino, in un'intervista di pochi giorni fa, si chiedeva se il film commuova, legando a questo quesito la sua soddisfazione o meno per la riuscita del lavoro.
A me sembra che i momenti davvero commoventi siano pochi e non per caso. Anche nelle scene potenzialmente più coinvolgenti dal punto di vista emotivo, si rifugge attentamente il rischio della retorica e del sentimentalismo. Al netto di alcuni passaggi onirici e surreali di ispirazione felliniana, la sobrietà con cui un tema così delicato viene trattato dal regista e interpretato dagli attori è infatti a mio modo di vedere una nota di merito. Così come un merito, enorme, di questo film, è quello di stimolare la riflessione del pubblico, quasi rinunciando allo scopo di raccontare una storia.
A mio parere Youth (come pure la Grande Bellezza) è un film che va visto più di una volta, per poterne cogliere appieno le numerose sfaccettature e implicazioni, anche filosofiche.

sabato 23 maggio 2015

Due passi a Berlino Est


"Due Passi a Berlino Est" è il titolo che Roberto Moliterni aveva inizialmente scelto per il suo Romanzo, salvo poi modificarlo in "Arrivederci a Berlino Est", d'accordo con Rai ERI, dopo aver trionfato nell'ultima edizione del Premio Letterario "La Giara" per scrittori esordienti. Ma "Due passi a Berlino Est" è anche un'esperienza: quella che si prova leggendo il libro. Il merito principale del materano Moliterni, al di là di una scrittura fluida e mai banale, ricercata ma non difficile, è quello di farci rivivere (o vivere per chi, come me, all'epoca era solo un bimbo) il clima politico e umano che pervadeva la DDR e il mondo a est della Cortina di Ferro prima del fatidico 9 Novembre 1989, data della caduta del Muro.
E' una storia, quella del siciliano Salvatore Vullo, detto il Titta - nomignolo affibbiatogli quando era solo un ragazzino addirittura dal Duce in persona - che parte da lontano. Da molto lontano. Si snoda attraverso le insensate sofferenze della Guerra in Albania, dove gli italiani, fascisti per scelta o per necessità, combatterono la Resistenza dei Partigiani Comunisti, e approda, attraverso il grigiore delle stanze ministeriali, ai momenti cruciali della Storia, quella con la S maiuscola. E' così che il Titta, ad esempio, si trova a Praga quando, nell'Agosto del 1968, i carri armati sovietici schiacciano sotto i loro cingoli la Primavera dei cechi e i sogni di libertà di interi popoli.
Il flusso temporale del racconto è tutt'altro che lineare: i flashback e i salti in avanti sono numerosi. Ciononostante, l'uso sapiente del presente narrativo tiene il lettore costantemente dentro la storia e, verrebbe da dire, incollato allo schermo, tanto cinematografico è l'effetto che ne scaturisce (non a caso l'autore ha studiato cinema e nasce come sceneggiatore). Non manca nemmeno la colonna sonora, "Aria di neve" di Sergio Endrigo, che come un filo invisibile sembra tenere insieme i cocci di una vita passata a combattere una battaglia impari con la Storia. "La vita è un compromesso con la Storia, lo sanno tutti, anche quelli che non hanno mai letto un libro di Storia." E il prezzo di quel compromesso è l'impossibilità, per Salvatore Vullo, di vivere fino in fondo il suo amore con Malvina, la giovane partigiana conosciuta in Albania e partita dopo la Guerra su binari paralleli, che raramente si incroceranno con quelli del Titta. Di questo però non dirò altro per non togliervi il gusto della lettura.
Ma il personaggio che forse più di ogni altro incarna l'Est come luogo dell'anima più che come area geografica, è Hellen. La giovane tedesca lavora come cameriera alla pensione Wolff, residenza berlinese del Titta, ma coltiva il sogno inconfessabile, a se stessa prima ancora che agli altri, di diventare una pianista di fama internazionale, dotata com'è di un enorme talento. L'Occasione, quella da cogliere al volo, le capita per puro caso nelle vesti di un osservatore impegnato nell'organizzazione del prestigioso Festival di Bruxelles. E invece anche il solo pensare di "uscire" per andare a Ovest è, per un cittadino dell'Est, pura utopia, per non dire peccato mortale. D'altronde cosa puoi aspettarti in un mondo dove girano solo Trabant di dubbio gusto, il ketwurst è l'unico "piacere" che puoi concederti e reperire un giradischi e della buona musica rock è impresa ai limiti della legalità? Siamo in una dimensione di isolamento, dove il tempo scorre con estenuante lentezza e dove tutto è ovattato. A causa della neve, che pure in piena primavera cade copiosa. Ma soprattutto per l'invadente presenza dello Stato, che assume il volto imperscrutabile della Stasi, l'intelligence della DDR, e quello minaccioso dei Vopos, la Polizia nazionale. Uno Stato che, in nome della strumentale Ideologia Socialista, reprime le ambizioni personali, le aspirazioni, i sogni, la libertà e, in definitiva, il diritto degli essere umani a cercare la felicità e la propria realizzazione, trasformandoli alla lunga in individui peggiori.
E allora l'unica salvezza è nella fuga, anche a rischio della vita, ammesso che di vera vita si possa parlare. Chi ancora non ha il cuore così atrofizzato da rassegnarsi, ci prova. Solo alcuni ci riescono. Sognano l'Ovest, un mondo che non conoscono, se non dai racconti e dalle voci di amici o parenti che ce l'hanno fatta. Certo potrebbero rimanere delusi e scottati, lontani come sono dalle logiche della competizione esasperata e del consumismo a tutti i costi, ma di sicuro miglioreranno la loro condizione. Se non altro, torneranno a pensare e parlare senza paura. In una parola, torneranno a sentirsi vivi.
"Arrivederci a Berlino Est" è un libro ben scritto e ha il pregio impagabile di affrontare, con le licenze del narratore ma anche con una notevole attenzione all'esattezza della ricostruzione storica, un'epoca scomoda come quella della Guerra Fredda e del mondo bipolare. Una Storia ancora piena di zone d'ombra a un quarto di secolo dalla sua conclusione. Per queste ragioni è un libro che merita senz'altro di essere letto.





domenica 3 maggio 2015

Il Dogma del Cambiamento: visione, salto nel buio o semplice restyling?


Mi colpisce e stimola la mia riflessione una dichiarazione di ieri del Senatore a vita Giorgio Napolitano. I giornali di oggi la riportano grosso modo così: "il sindacato si è arroccato, ora si deve rinnovare". Scopro poi per caso, cercando sul web qualche approfondimento, che esattamente un anno fa, il Primo Maggio del 2014, ne aveva rilasciata un'altra praticamente identica. L'unica differenza è che allora lo faceva nel ruolo di Presidente della Repubblica, con un Jobs Act ancora da discutere e approvare e un'amara medicina da far ingoiare, poco alla volta, alle riluttanti Parti Sociali (che arriveranno poi allo sciopero generale del 12 Dicembre, orfane della Cisl e, a dirla tutta, fuori tempo massimo per incidere davvero sul processo legislativo in corso). Dove voglio andare a parare? Non mi interessa qui entrare nel merito della questione lavoro, tutele sindacali, Articolo 18 e chi più ne ha più ne metta. Fiumi di inchiostro sono stati e continueranno a essere versati sull'argomento senza arrivare a un punto. O forse il punto l'ha messo definitivamente Renzi col suo più che discutibile Jobs Act (questa è l'ultima volta che lo cito anche perché mi fanno venire l'orticaria gli anglicismi furbi e superflui e intanto vi segnalo questo interessante articolo di Silverio Novelli sull'aspetto linguistico della materia: http://www.treccani.it/lingua_italiana/articoli/paroledelleconomia/Jobs_act.html).
Ciò su cui invece vorrei concentrarmi è il cambiamento (o rinnovamento, che poi è lo stesso) come valore in sé, come unica ideologia sopravvissuta al Novecento se non addirittura come nuova religione laica. Sulla scena politica, nel dibattito pubblico e perfino negli ambienti culturali e nei corsi di formazione aziendale è tutto un mantra: rinnovare, rottamare, svoltare, riformare, adattarsi al cambiamento. Ma siamo davvero sicuri che cambiare sia, se non inevitabile, quanto meno auspicabile? E soprattutto che il cambiamento in quanto tale sia la panacea di tutti i nostri mali? Che la nostra stessa natura di uomini o anche solo di esseri viventi sul pianeta Terra ci imponga il cambiamento a prescindere dalla nostra volontà non c'è davvero alcun dubbio. Da Eraclito a Darwin, passando per un numero imprecisato di pensatori e scienziati, quasi tutti hanno osservato, studiato e interpretato il fenomeno. Che poi siamo più o meno in grado di controllare il cambiamento è una questione ampiamente dibattuta e tuttora aperta. Nelle visioni più deterministiche del mondo esso viene sostanzialmente subito. Gli Stoici, tanto per fare un esempio, arrivano a dire che l'uomo saggio è colui che vuole ciò che vuole il Logos (leggete destino, legge naturale, dio impersonale o come più vi aggrada) e quindi riesce a desiderare, comprendendone la razionalità, un cambiamento a cui comunque non potrà sottrarsi. Nei sistemi di pensiero che prevedono invece il libero arbitrio (ad esempio molta filosofia di matrice cristiana) la volontà dell'uomo come individuo o, per essere più precisi, come persona, è determinante nel produrre questo o quel cambiamento.
Molte di queste dottrine hanno però in comune un giudizio, generalmente etico o comunque di merito, sulla direzione in cui il cambiamento avviene. In sostanza, se parto da uno stato A, non è indifferente approdare a uno stato B o a uno stato C e anzi il giudizio sul processo di cambiamento, sulla sua efficacia ed eventualmente sulla sua giustizia o eticità dipenderà esattamente dal punto di arrivo, certo anche in rapporto al punto di partenza, rispetto al quale dovrebbe idealmente costituire un miglioramento da qualche punto di vista. E' chiaro, in ogni caso, che per giudicare il cambiamento ci occorre un sistema di valori di cui il cambiamento stesso non può far parte ma deve costituire invece l'oggetto. Che poi alcuni fattori o eventi esterni a noi e alla nostra volontà possano spingerci in una certa direzione anziché in un'altra non costituisce un'attenuante né tanto meno rende quella direzione più giusta di un'altra. Al contrario, se riteniamo che la direzione giusta sia quella contro vento, dovremo perseguire il nostro obiettivo con forza e tenacia ancora maggiori, nonché con un pizzico di astuzia nel saper attendere il momento più opportuno o nel saper mediare tra il fine che ci poniamo e il principio di realtà, ovvero le condizioni oggettive di raggiungibilità dello stesso. E' infatti evidente che combattere contro i mulini a vento non giova a nessuno. Potremmo stare invece delle ore a discutere se esistano dei valori oggettivi in base ai quali poter stabilire che una direzione è più giusta di un'altra. Qualunque sia infatti la nostra etica o il nostro metro di giudizio, troveremo sempre qualcuno disposto a sostenere, su questa o quella questione, l'esatto contrario di ciò che noi pensiamo. Per semplicità e per non avventurarmi su terreni scivolosi e oltremodo impervi (non pretendo certo di esaurire in questo post migliaia di anni di speculazioni filosofiche sul concetto di Bene e di Male!) ipotizzerò che sia giusto ciò che ognuno di noi, in coscienza (anche qui ci sarebbe da discutere se esista e cosa sia), ritiene essere giusto.
In alternativa potrei dire che è giusto ciò che va nella direzione del Bene Comune, ovvero fa l'interesse della maggior parte degli individui di una certa comunità. Dovremmo poi stabilire quanto è grande questa comunità. Se infatti ragionassimo su scala globale, l'unica certezza sarebbe che non ci siamo mai neanche avvicinati alla Giustizia, viste le condizioni in cui vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale.


Se ci limitassimo, più modestamente, all'Italia, si tratterebbe di distinguere tra gli interessi degli imprenditori, dei lavoratori dipendenti e autonomi e così via, individuando categorie più o meno estese di cittadini. Molti degli interessi di cui queste classi sociali (come si sarebbe detto una volta) sono portatrici sono ovviamente inconciliabili e in contrasto tra loro. E' evidente (e nessuno sarebbe così pazzo da negarlo) che anche il Sindacato è una stampella degli interessi di una parte non totalitaria e forse nemmeno maggioritaria della popolazione italiana (lo si accusa, spesso a ragione, di non tutelare abbastanza i precari e i disoccupati). Questo, però, non è certo un fatto nuovo, sebbene la fascia dei non protetti e non tutelati si sia allargata a dismisura negli ultimi anni in seguito alla crisi economica ma anche, va detto, della precarietà lavorativa alimentata e incoraggiata per anni dalle politiche di Governo. La novità, semmai, nell'attuale contesto politico, è che il Governo, da arbitro imparziale o almeno terzo dei conflitti sociali e della famosa concertazione (che sembra ormai davvero defunta) si è trasformato in un giocatore schierato apertamente con una squadra. E si sa che senza un arbitro imparziale non ci può essere partita, soprattutto se le forze in campo erano già squilibrate in partenza, come sono storicamente e, oserei dire, per loro natura, quelle dei datori di lavoro e dei lavoratori. Per rimanere in tema, tornando un attimo allo spunto da cui siamo partiti: il Sindacato deve cambiare? Io dico sì, senz'altro, se vuole sopravvivere. Deve cambiare perché glielo chiede qualcuno o perché i tempi, la Storia (o quello che volete) glielo impone? Direi di no. Potrebbe scegliere di non cambiare affatto, accettando poi le prevedibili conseguenze. Il punto però, mi sembra, non è nemmeno questo. Il punto è: in che direzione deve cambiare? Questo, a mio modo di vedere, non può stabilirlo né Napolitano, né Renzi né nessun altro soggetto esterno al Sindacato stesso, almeno finché, come in ogni democrazia che si rispetti, mantiene una sua autonomia dal potere (in quanto corpo sociale intermedio) e una sua capacità e legittimità di autoregolamentazione. E' opinione diffusa che il sindacato debba prendere atto dei profondi cambiamenti intervenuti negli ultimi anni nel quadro socioeconomico e adattarvisi in maniera pressoché passiva, quasi come un liquido si adatta ad un contenitore solido (e, si badi bene, un liquido non può in nessun modo fare altrimenti!). Per dirla in soldoni, dovrebbe rassegnarsi a perdere molte delle conquiste del passato, tanto in termini di diritti (ed è questa, a mio modo di vedere, la parte più dolorosa) quanto in termini di riconoscimenti salariali, pensando piuttosto a limitare i danni e possibilmente contribuendo (con le proposte, con l'atteggiamento costruttivo e così via) a completare un processo storico ormai inevitabile, rispetto al quale si trova già in grave e colpevole ritardo rispetto al Governo e alle controparti. Senza voler entrare nel merito della faccenda, vi faccio solo notare che questa non è affatto l'unica possibilità. Il Sindacato potrebbe anzi pensare di cambiare in tutt'altro modo, almeno in linea di principio. Ad esempio tornando sulle barricate degli anni Settanta, inasprendo ulteriormente un conflitto sociale e politico già durissimo. Questa ipotesi, curiosamente, quasi nessuno la prende in considerazione, neanche all'interno del Sindacato stesso. E del Governo, o più in generale della Politica, cosa possiamo dire? Sta perseguendo il cambiamento? Riesce a rinnovare se stesso? Quanto è efficace la sua azione riformatrice? Nessun dubbio che Renzi abbia impresso all'azione politica una decisa accelerata nell'ultimo anno. Pur non rispettando tutte le scadenze che si era inizialmente prefisso, sono già numerose le leggi e riforme che è riuscito a realizzare, anche utilizzando metodi discutibili e intrattenendo rapporti difficili, a tratti tesi e spesso conflittuali col Parlamento e con la stessa maggioranza a geometrie variabili che lo sostiene. E' certamente un uomo del fare, oltre che dell'annunciare (vizio del quale viene tanto accusato). Ma i cambiamenti che sta imponendo sono positivi o negativi? Vanno nella direzione giusta, non dico rispetto agli interessi dei lavoratori, della classe media ecc. ma almeno rispetto agli obiettivi che si prefiggono (rilancio dell'economia, dell'occupazione e così via)? La verità è che in pochi si pongono il problema di entrare nel merito del cambiamento (i sindacati, una parte della stampa e qualche forza politica sono tra questi) mentre sui media di sistema è tutto un lodare la propensione alle riforme in quanto "necessarie al Paese", eccependo tutt'al più sui metodi e sulla forma (rapporti complicati con le opposizioni, interne ed esterne, e con i critici, i famosi gufi, rispetto ai quali l'insofferenza viene addirittura esibita). Per quanto riguarda i contenuti, nell'azione del Governo, in realtà, si intravede davvero poco di nuovo: siamo ad uno stanco ricalcare i modelli neoliberisti del secolo scorso, soprattutto in materia economica e scimmiottare all'occorrenza il sistema di questo o quel Paese occidentale. La novità nella comunicazione è innegabile, sebbene il Berlusconi del 1994 fosse sotto questo aspetto non meno nuovo del Renzi di oggi. Insomma il cambiamento a me pare più di facciata che di sostanza e comunque dubito che vada nella "direzione giusta". Non pretendo di avere ragione ma continuo a stupirmi che questo tema sia praticamente scomparso dal dibattito pubblico, dove viene relegato alle nicchie degli snob e dei malpensanti. Ciò che poi davvero mi preoccupa è l'assoluta mancanza di una visione, di una progettualità. Tutto quello che si fa per cambiare, per riformare il Paese, si fa guardando esclusivamente all'hic et nunc, senza un'idea precisa del modello di società che si vuole costruire. E' un continuo gestire le emergenze: oggi si affronta la corruzione perché sui giornali non si parla d'altro che dell'ultimo scandalo, domani si parla di lavoro ed economia perché gli ultimi dati Istat sulla disoccupazione continuano ad essere preoccupanti, dopodomani si riformano il Senato e le Province perché i sondaggi dicono che la gente è stanca dei costi e dei privilegi della casta. Se poi non tutte le ciambelle escono col buco e qualche pasticcio istituzionale o costituzionale viene fuori, ce ne faremo una ragione. Da qui scaturisce, tra l'altro, il persistente effetto-annuncio. Ma la visione dov'è? Dove sono le Idee, quelle con la I maiuscola (pur orfane delle sepolte Ideologie), con la loro complessità e profondità che impedisce di sintetizzarle negli slogan da 140 caratteri? Ecco, ciò che preoccupa è che chi governa la nave non sembra avere bussola e carta nautica ma si affida all'istinto del lupo di mare. D'altronde si sa: bisogna cambiare e farlo in fretta. Per pensare, riflettere, elaborare una visione, ci sarà sempre tempo. Intanto sarà il Cambiamento, il Logos moderno, il principio di razionalità che pervade il mondo, a guidarci verso un futuro migliore.